Ho ricordi precisi dei primi incontri con Luisa. Non la conoscevo, se non come partecipante e autrice nel movimento L’erba Voglio, in anni in cui anch’io ero impegnata per una scuola e una università antiautoritarie. Un impegno rilanciato molti anni dopo, con il movimento di Autoriforma della scuola e dell’Università, a cui Luisa diede un forte sostegno politico e di pensiero, anche a partire dalla sua esperienza di insegnante e dalla sua passione per l’insegnamento.
L’ho conosciuta di persona solo più tardi, in occasione dei corsi monografici 150 ore delle donne, a Verona, assistendo ad un dibattito sulla violenza da lei condotto, in cui sono intervenuta facendo riferimento alla mia sofferenza dovuta agli ostacoli posti da mio marito alla separazione. E lei ha nominato questo atteggiamento maschile come violenza. Di colpo ho preso coscienza e allontanato incertezze e sensi di colpa, sentendomi libera, sgravata dal peso di dover rincorrere presunti diritti. Un cambio repentino di sguardo su di me e sulla realtà, un passaggio interiore, grazie alle sue parole illuminanti a cui riconoscevo autorità, capaci di portare in superficie un desiderio di libertà e uno slancio di energia sepolti in profondità a me sconosciute.
Più tardi, all’uscita nel 1983 del “Sottosopra verde” Più donne che uomini, in cui si riconoscevano la penna e il pensiero preciso e inconfutabile di Luisa, altro passaggio di libertà. Ho concordato con Chiara Zamboni, che me l’aveva fatto conoscere, di riunirci per discuterlo data la sua rilevanza, e abbiamo cominciato riunioni a casa mia in Fontana del ferro. Riunioni in cui Luisa riusciva a spostare in ognuna di noi lo sguardo dal sentirsi vittime impotenti alla libertà, autorizzandoci a guardare verso l’altrove e l’altrimenti rispetto al patriarcato e a scommettere sulla forza, autorizzante e generatrice, delle relazioni tra donne e sul riferimento ineludibile al partire da sé, dalla propria esperienza per andare oltre e guadagnare competenza simbolica. Da lì è nata poco più tardi Diotima, una comunità filosofica femminile, che decidemmo avesse sede all’Università di Verona dove alcune di noi lavoravano – ma aperta ad altre esterne – come segno politico e squilibrante della differenza di essere donne e del loro amore per la filosofia in una istituzione storicamente neutro-maschile che non ci prevedeva, o al massimo ci avrebbe incluse in nome della parità. Senza la determinazione e la saggia guida di Luisa, senza la pratica delle relazioni, oltre agli stimoli del movimento politico delle donne di quegli anni, non credo che saremmo riuscite in questa impresa, che dura tuttora e continua a scommettere sul pensare insieme e in presenza per leggere la realtà con tutta la libertà possibile e accendere verità – piccole o grandi – necessarie per tutti, fuori da qualsiasi specialismo e potere accademico.
Da Luisa ho imparato a dar valore alla “verticalità” nel nostro stare al mondo, ad aspirare a un di più, non previsto dalla misure mondane e da queste non raggiungibile, ma intravisto e desiderato a partire dalla nostra pochezza. Non sono credente, ho abbandonato presto la mia (pseudo)educazione cattolica a causa della ipocrisia che vi avvertivo, ma non ho smesso di anelare a una spiritualità orientante il mio essere mancante, una ricerca di senso in profondità e in connessione con un tutto infinito.
E da lei, maestra esigente e generosa, ho cercato di imparare a “combattere senza odiare…, disfare senza distruggere” (Dio è violent): una misura alta, un’autodisciplina impegnativa, ma necessaria a una civiltà delle relazioni e dell’umana convivenza.
Non è stato facile il rapporto con Luisa, almeno per me: ma è stato un rapporto vitale, che ha dato un senso nuovo alla mia vita, una misura alta ed esigente nel mio incedere, sia sul piano professionale che personale. Sentivo di non essere all’altezza, ma ho deciso di starci lo stesso: è l’intelligenza dell’amore di cui scriveva Luisa a proposito delle mistiche da lei lungamente e originalmente studiate. Non la ringrazierò mai abbastanza.
